Il delitto di Garlasco: i bias cognitivi e la “costruzione” del colpevole
Un’analisi psico-criminologica della condanna di Alberto Stasi
PSICOLOGIA · 6 MIN DI LETTURA

AUTORE: DR.SSA MARTINA PENAZZO
Quanto siamo realmente capaci di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere? E quanto le nostre convinzioni influenzano il modo in cui interpretiamo la realtà?
La psicologia cognitiva ha ampiamente dimostrato come il giudizio umano non sia guidato esclusivamente da processi razionali, ma risenta di aspettative, esperienze pregresse e meccanismi automatici di elaborazione delle informazioni, comunemente associati al concetto di bias cognitivi (Tversky & Kahneman, 1974).
Il delitto di Garlasco, avvenuto il 13 agosto 2007 e culminato nella condanna definitiva di Alberto Stasi nel 2015, rappresenta un caso particolarmente significativo per riflettere su questi fenomeni. L'ampia esposizione mediatica, le interpretazioni contrapposte e la polarizzazione dell'opinione pubblica offrono infatti l'opportunità di interrogarsi su come si costruisca, si consolidi e talvolta si trasformi la percezione della colpevolezza.
L'obiettivo di questa analisi non è ricostruire la vicenda giudiziaria, né esprimere valutazioni circa la responsabilità penale di Stasi, ma utilizzare il caso Garlasco come riferimento per comprendere i meccanismi psicologici attraverso cui interpretiamo comportamenti, attribuiamo significato agli indizi e sviluppiamo convinzioni che possono apparirci incontrovertibili.
Il cervello e il bisogno di coerenza
La mente umana tende naturalmente a ricercare ordine e significato, anche quando le informazioni disponibili risultano incomplete o contraddittorie.
Daniel Kahneman (2011) ha descritto due modalità di funzionamento del pensiero: il Sistema 1, rapido, intuitivo e automatico, e il Sistema 2, più lento, analitico e riflessivo. Il primo consente di formulare valutazioni immediate attraverso associazioni ed esperienze pregresse; il secondo permette di esaminare criticamente le informazioni e considerare spiegazioni alternative.
Il problema emerge quando un'impressione iniziale viene percepita come attendibile senza essere sottoposta a un'adeguata verifica.
Kahneman descrive questo fenomeno attraverso il principio What You See Is All There Is (WYSIATI): la tendenza a costruire giudizi coerenti sulla base delle informazioni disponibili, trascurando ciò che ancora non conosciamo.
Nel caso Garlasco, il pubblico ha avuto accesso, nel corso degli anni, a informazioni frammentarie, ricostruzioni giornalistiche e interpretazioni differenti. Questi elementi possono essere organizzati mentalmente in narrazioni apparentemente complete, anche quando la conoscenza effettiva della vicenda rimane parziale.
La coerenza di una spiegazione, tuttavia, non ne garantisce la veridicità.
I bias cognitivi nella costruzione del colpevole
Tra i meccanismi più rilevanti troviamo il confirmation bias, o bias di conferma, che consiste nella tendenza a selezionare e interpretare le informazioni in modo coerente con le convinzioni già possedute (Nickerson, 1998).
Una volta formulata un'ipotesi, gli elementi che sembrano confermarla possono assumere maggiore importanza, mentre quelli discordanti rischiano di essere sottovalutati o reinterpretati.
Nel dibattito relativo al delitto di Garlasco, la questione delle tracce biologiche e delle scarpe di Alberto Stasi offre uno spunto significativo. Senza entrare nel merito delle valutazioni probatorie, è interessante osservare come informazioni relative alla presenza o all'assenza di determinate tracce possano essere interpretate in modi differenti a seconda della convinzione di partenza.
Chi ritiene un soggetto colpevole potrebbe attribuire all'assenza di una traccia il significato di un comportamento particolarmente accurato; chi lo considera innocente potrebbe interpretare la medesima assenza come conferma della sua estraneità. In entrambi i casi, il rischio è che l'interpretazione preceda la valutazione critica del dato.
Un secondo meccanismo è rappresentato dall'anchoring bias, o effetto ancoraggio, attraverso il quale un'informazione iniziale può condizionare le valutazioni successive.
La bicicletta, uno degli elementi più riconoscibili della narrazione pubblica sul caso Garlasco, permette di riflettere su come un dettaglio concreto possa diventare un riferimento mentale particolarmente persistente.
A questo fenomeno si collega l'euristica della disponibilità: le informazioni maggiormente ripetute, vivide o facilmente richiamabili alla memoria tendono ad assumere una particolare rilevanza nei nostri giudizi (Tversky & Kahneman, 1974). La frequente esposizione mediatica a un determinato elemento può quindi aumentarne l'importanza percepita, indipendentemente dal suo effettivo valore probatorio.
Un ulteriore aspetto riguarda l'errore fondamentale di attribuzione, ovvero la tendenza a spiegare il comportamento altrui privilegiando caratteristiche individuali e sottovalutando le circostanze.
Nel caso Garlasco, l'atteggiamento emotivo di Alberto Stasi è stato ampiamente discusso nell'opinione pubblica, spesso attraverso definizioni come “freddo”, “distaccato” o “impassibile”.
Ma possiamo realmente stabilire la credibilità di una persona sulla base della sua espressività emotiva?
La risposta, dal punto di vista psicologico, richiede estrema cautela. Le reazioni a eventi traumatici sono profondamente individuali e possono manifestarsi attraverso modalità differenti, dalla disperazione evidente a forme di apparente compostezza o distacco. Non esiste un comportamento emotivo universalmente indicativo di innocenza o colpevolezza.
Attribuire un significato accusatorio alla mancata corrispondenza tra il comportamento osservato e quello atteso significa rischiare di trasformare uno stereotipo emotivo in un criterio di giudizio.
Il ruolo dei media e della coerenza narrativa
La costruzione della colpevolezza percepita non dipende esclusivamente dai processi cognitivi individuali, ma può essere influenzata anche dalle modalità attraverso cui una vicenda viene raccontata.
I media selezionano informazioni, attribuiscono rilevanza a determinati dettagli e organizzano eventi complessi in narrazioni comprensibili. Questa operazione comunicativa, pur essendo funzionale alla divulgazione, può contribuire alla formazione di rappresentazioni semplificate.
Nel caso Garlasco, la figura di Alberto Stasi è stata al centro di narrazioni pubbliche differenti, nelle quali caratteristiche personali, comportamenti e dettagli della vicenda hanno assunto significati talvolta contrapposti.
Il modello delle Anchored Narratives di Wagenaar, van Koppen e Crombag (1993) sottolinea l'importanza delle strutture narrative nel ragionamento sulle prove, evidenziando al contempo la necessità che le ricostruzioni siano adeguatamente ancorate a elementi probatori.
Il rischio psicologico emerge quando una storia viene considerata attendibile principalmente perché appare coerente, completa e intuitivamente convincente.
In questo senso, la narrazione mediatica può contribuire alla formazione di una verità percepita che non coincide necessariamente con la complessità della realtà giudiziaria.
Quando i bias cambiano direzione
Uno degli aspetti più interessanti del caso Garlasco riguarda l'evoluzione delle convinzioni collettive.
Se per lungo tempo una parte del dibattito pubblico si è concentrata sugli elementi interpretati in chiave accusatoria, successivamente hanno acquisito crescente visibilità narrazioni orientate a mettere in discussione la responsabilità di Alberto Stasi.
Da una prospettiva psicologica, questo cambiamento introduce una riflessione fondamentale: i bias cognitivi non appartengono esclusivamente a chi sostiene la colpevolezza, ma possono influenzare allo stesso modo chi sostiene l'innocenza.
Il bias di conferma, l'effetto ancoraggio e il bisogno di coerenza narrativa possono continuare a operare anche quando cambia la conclusione verso cui vengono orientati.
Una volta, un determinato elemento poteva essere interpretato come conferma della colpevolezza; oggi, quello stesso elemento può essere utilizzato per sostenere una narrazione opposta. Ciò non significa che le due interpretazioni abbiano necessariamente la medesima fondatezza, ma che entrambe richiedono una valutazione critica indipendente dalle convinzioni iniziali.
Il rischio, dunque, non consiste soltanto nel costruire prematuramente un colpevole, ma anche nel sostituire una certezza con un'altra senza riconoscere i meccanismi cognitivi che ne accompagnano la formazione.
Il caso Garlasco ci invita così a una riflessione che supera i confini della singola vicenda: quanto siamo disposti a mettere in discussione ciò che crediamo vero?
Il pensiero critico non consiste semplicemente nell'individuare le contraddizioni delle interpretazioni altrui, ma soprattutto nel riconoscere la possibilità che anche le nostre convinzioni siano influenzate da aspettative, emozioni e distorsioni cognitive.
Perché una storia convincente non è necessariamente una storia vera. E riconoscere i limiti del nostro giudizio rappresenta il primo passo per avvicinarci a una comprensione più rigorosa della realtà.
Riferimenti bibliografici
Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux.
Nickerson, R. S. (1998). Confirmation bias: A ubiquitous phenomenon in many guises. Review of General Psychology, 2(2), 175–220.
Tversky, A., & Kahneman, D. (1974). Judgment under uncertainty: Heuristics and biases. Science, 185(4157), 1124–1131.
Wagenaar, W. A., van Koppen, P. J., & Crombag, H. F. M. (1993). Anchored Narratives: The Psychology of Criminal Evidence. Harvester Wheatsheaf.