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Possiamo ricordare qualcosa che non è mai accaduto?

Falsi ricordi, memoria e testimonianza

PSICOLOGIA · 7 MIN DI LETTURA

AUTORE: DR.SSA MARTINA PENAZZO

 

Quando ricordiamo un evento del nostro passato tendiamo ad avere la sensazione di accedere a qualcosa che è stato conservato nella mente e che, al momento opportuno, viene semplicemente recuperato. La ricerca psicologica e neuropsicologica ha tuttavia mostrato una realtà più complessa: la memoria non funziona come una registrazione fedele degli eventi, ma come un processo dinamico e ricostruttivo.

Ricordare significa ricostruire un’esperienza attraverso le informazioni originariamente codificate, ma anche attraverso conoscenze successive, aspettative, emozioni e schemi interpretativi. Proprio questa caratteristica, essenziale per il funzionamento adattivo della memoria, la rende al tempo stesso vulnerabile a errori e distorsioni (Schacter & Addis, 2007).

Tra le manifestazioni più interessanti di questa fallibilità vi sono i falsi ricordi: memorie relative a eventi mai avvenuti oppure verificatisi in maniera differente rispetto a come vengono successivamente rievocati.

Che cos’è un falso ricordo?

Un falso ricordo non coincide con una semplice dimenticanza e, soprattutto, non deve essere confuso con una menzogna. Chi mente è consapevole della discrepanza tra ciò che racconta e ciò che ritiene realmente accaduto. Nel falso ricordo, invece, il soggetto può essere sinceramente convinto dell’autenticità della propria memoria.

La persona non sta necessariamente cercando di ingannare l’interlocutore: può ricordare un dettaglio inesistente, attribuire erroneamente un’informazione a un’esperienza personale o, in alcuni casi, sviluppare una rappresentazione mnestica più complessa di qualcosa che non si è verificato nei termini in cui viene ricordato.

Questo fenomeno non rappresenta necessariamente un’anomalia patologica. La possibilità di distorcere il passato è legata alla natura stessa della memoria, che ricostruisce le esperienze invece di riprodurle in maniera perfettamente identica (Schacter & Addis, 2007).

Il ruolo della suggestione: basta una domanda?

Uno dei contributi più importanti allo studio sperimentale delle distorsioni mnestiche deriva dalle ricerche di Elizabeth Loftus. Nel celebre esperimento di Loftus e Palmer (1974), ai partecipanti vennero mostrati filmati di incidenti automobilistici e successivamente poste domande sull’accaduto. Modificando semplicemente il verbo utilizzato per descrivere l’impatto tra le automobili, i ricercatori osservarono differenze nelle successive stime della velocità dei veicoli.

Il risultato mostrava un principio fondamentale: la formulazione di una domanda può influenzare il successivo ricordo dell’evento. Da questi e numerosi studi successivi è stato approfondito il cosiddetto misinformation effect, ovvero la possibilità che informazioni fuorvianti presentate dopo un evento interferiscano con il ricordo originario (Loftus, 2005).

La suggestione non richiede necessariamente un tentativo esplicito di manipolare il soggetto. Può derivare da domande guidate, formulazioni linguistiche, feedback impliciti oppure richieste ripetute di rievocare lo stesso episodio. Un dettaglio introdotto successivamente può così essere integrato nella rappresentazione dell’evento fino a rendere più difficile distinguerlo dall’informazione originariamente acquisita.

Ricordare significa anche modificare?

Un ulteriore elemento utile a comprendere la fallibilità della memoria è rappresentato dal riconsolidamento. Quando un ricordo già consolidato viene recuperato, può tornare temporaneamente in uno stato di maggiore plasticità prima di essere nuovamente stabilizzato. Durante questa fase, nuove informazioni possono interagire con la traccia mnestica precedentemente formata (Nader, Schafe & LeDoux, 2000).

Il recupero, quindi, non è necessariamente un’operazione neutra. Ogni nuova rievocazione avviene all’interno di un determinato contesto e può essere accompagnata da informazioni, interpretazioni ed emozioni che non erano presenti durante l’esperienza originaria. Ciò contribuisce a spiegare perché raccontare ripetutamente uno stesso episodio non garantisca automaticamente una maggiore precisione del ricordo.

Suggestione, stress, età e aspettative

La formazione di un falso ricordo non dipende da un’unica causa. Diversi fattori cognitivi, emotivi e contestuali possono interagire durante la codifica, il consolidamento e il recupero dell’informazione. La suggestione rappresenta uno dei fenomeni maggiormente studiati, ma non è l’unica variabile rilevante.

Anche un’elevata attivazione emotiva può incidere sul funzionamento mnestico. In condizioni di forte stress, l’attenzione può concentrarsi prevalentemente su alcuni aspetti dell’esperienza a discapito di altri, producendo ricordi molto vividi per determinati elementi ma frammentari o meno accurati per altri (Bremner, 1999). La vividezza di un ricordo, pertanto, non costituisce di per sé una garanzia della sua accuratezza.

Anche l’età assume particolare importanza. Nei bambini, alcune funzioni esecutive e i processi di source monitoring, cioè la capacità di identificare correttamente la provenienza di un’informazione ricordata, sono ancora in fase di sviluppo. Questo può aumentare, in determinate condizioni, la vulnerabilità alla suggestione e rendere più complessa la distinzione tra esperienza vissuta, immaginata o appresa da altri (Ceci & Bruck, 1993).

Infine, anche le nostre aspettative e gli schemi cognitivi contribuiscono alla ricostruzione del passato. Gli schemi permettono di organizzare e interpretare l’esperienza, ma possono anche portarci a colmare automaticamente informazioni mancanti con elementi coerenti e plausibili, pur non essendo necessariamente presenti nell’evento originario (Bartlett, 1932).

Quando il ricordo entra in tribunale

Le caratteristiche ricostruttive della memoria assumono un’importanza particolare nel contesto giudiziario, dove una testimonianza può contribuire in maniera determinante alla ricostruzione di un fatto. Un testimone può presentarsi come sincero, raccontare un episodio in maniera coerente ed essere profondamente convinto di ciò che ricorda. Tuttavia, sicurezza soggettiva e accuratezza del ricordo non sono necessariamente equivalenti.

Questo è uno dei motivi per cui l’attendibilità della testimonianza non dovrebbe essere valutata esclusivamente sulla base della convinzione mostrata dalla persona. Occorre considerare anche le condizioni nelle quali il ricordo è stato acquisito e successivamente recuperato: quanto tempo è trascorso dall’evento, quante volte il soggetto è stato interrogato, quali domande sono state poste, se ha ricevuto informazioni successive e quale fosse il contesto emotivo nel momento dell’esperienza e delle successive rievocazioni.

Il problema diventa ancora più delicato quando la testimonianza proviene da un minore. Gli studi sulla suggestionabilità infantile hanno evidenziato come domande ripetute o suggestive possano incidere sulle risposte e sulla successiva rappresentazione dell’evento (Ceci & Bruck, 1993). Questo dato non significa considerare la testimonianza del bambino intrinsecamente inattendibile. Al contrario, sottolinea l’importanza di adottare procedure di ascolto adeguate, capaci di tutelare contemporaneamente il minore e l’integrità della sua memoria.

Possiamo distinguere scientificamente un ricordo vero da uno falso?

Le neuroscienze hanno permesso di osservare differenze nei processi cerebrali associati alle memorie vere e false, mostrando però anche numerose aree di sovrapposizione. I falsi ricordi possono coinvolgere regioni cerebrali implicate anche nel recupero di esperienze realmente vissute, mentre alcune differenze sembrano riguardare il contributo delle informazioni sensoriali, contestuali e semantiche alla ricostruzione dell’evento (Schacter & Addis, 2007).

Questo dato pone un limite particolarmente importante in ambito forense: non esiste attualmente una tecnica di neuroimaging capace di stabilire con certezza, nel singolo individuo, se uno specifico ricordo sia vero o falso. Le neuroscienze possono aiutarci a comprendere i processi attraverso i quali una memoria viene costruita, modificata e recuperata, ma non possono essere trasformate in una sorta di “macchina della verità” del ricordo (Gazzaniga, 2011).

Una testimonianza non è una registrazione

Comprendere la natura ricostruttiva della memoria non significa considerare ogni ricordo sospetto né mettere automaticamente in dubbio la buona fede di chi testimonia. Significa riconoscere che tra ricordare correttamente e mentire consapevolmente esiste una possibilità ulteriore: essere sinceramente convinti di ricordare qualcosa in modo accurato quando quella memoria è stata, almeno in parte, modificata.

È proprio questa caratteristica a rendere i falsi ricordi particolarmente rilevanti per la psicologia e la neuropsicologia forense. La ricerca scientifica suggerisce quindi la necessità di adottare procedure di intervista strutturate, limitare per quanto possibile domande suggestive e audizioni inutilmente ripetute e prestare particolare attenzione all’ascolto dei soggetti più vulnerabili.

La memoria rimane uno strumento fondamentale per ricostruire il passato. Ma riconoscerne i limiti non ne diminuisce il valore: permette, piuttosto, di utilizzarla con maggiore consapevolezza. Quando un ricordo diventa una prova, comprendere come la memoria realmente funziona non è soltanto una questione psicologica. Può diventare una questione di giustizia.

Riferimenti bibliografici

Bartlett, F. C. (1932). Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology. Cambridge University Press.

 

Bremner, J. D. (1999). Does stress damage the brain? Biological Psychiatry.

 

Ceci, S. J., & Bruck, M. (1993). Suggestibility of the child witness: A historical review and synthesis. Psychological Bulletin.

 

Gazzaniga, M. S. (2011). Neuroscience in the courtroom. Nature Reviews Neuroscience.

 

Loftus, E. F. (2005). Planting misinformation in the human mind: A 30-year investigation of the malleability of memory. Learning & Memory, 12, 361–366.

 

Loftus, E. F., & Palmer, J. C. (1974). Reconstruction of automobile destruction: An example of the interaction between language and memory. Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, 13, 585–589.

 

Nader, K., Schafe, G. E., & LeDoux, J. E. (2000). Fear memories require protein synthesis in the amygdala for reconsolidation after retrieval. Nature, 406, 722–726.

 

Schacter, D. L., & Addis, D. R. (2007). The cognitive neuroscience of constructive memory. Philosophical Transactions of the Royal Society B.

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